psicologia e lavoro

Esiste una nuova via per il Personal Branding: una riflessione che nasce dagli Psicologi

L’approccio della lead generation e del Personal branding spesso si associa ad una visione quantitativa: raccogli tante più persone o meglio contatti e poi fanne il bersaglio della tua comunicazione: in un grande mucchio troverai dei follower. Questo non significa condividere contenuti di scarsa qualità, ma di ampliare il più possibile il proprio cerchio d’azione per raccogliere più persone possibili. È possibile un’altra via, un altro modo di fare personal branding? In nome anche dell’unicità che dovrebbe contraddistinguere questo approccio?

ascoltareilcliente

E allora mi chiedo: è possibile un nuova via del personal branding: un personal branding che non faccia dei 1000 fan il suo punto centrale, che non mi obblighi ad essere personaggio prima che persona e che (soprattutto in quanto psicologa) metta al centro il mio cliente e suoi bisogni? Questa è la sfida: un brand personale che poggia non sulla mia personalità, bensì sulle mie competenze e sui bisogni del cliente. Ciò non significa abbandonare del tutto la logica quantitativa, perché un bacino d’utenza ci serve, ma non lasciarsi andare ad una spettacolarizzazione del professionista riportandolo al suo ruolo: l’ascolto dell’altro!

Questo articolo nasce da una personale riflessione iniziata dopo aver partecipato ad un incontro organizzato dall’ENPAP (l’ente previdenziale per gli psicologi) Incentrato sul Personal branding. Ho partecipato con entusiasmo per due motivi:

  • Da tempo ritengo che la nostra formazione deve essere rinforzata sul piano dell’autoimprenditorialità,
  • La curiosità di ascoltare un nome autorevole del campo.

Bello! Bella giornata, tanti contenuti, ma anche, soprattutto nei momenti in cui si andava a toccare tecniche di lead generation ho visto, sentito e percepito tanta insoddisfazione in una raccolta a tappeto di nominativi con la speranza che una piccola percentuale di essi si tramutasse in clientela pagante.

Cosa non è piaciuto alla nostra platea di psicologi: l’approccio a tappeto? Il fatto di considerare le persone prima dei numeri e poi individui (cosa che si scontra con la nostra forma mentis) o anche l’investimento temporale in un’attività su numeri per noi grandi.

Un approccio qualitativo al personal branding credo che sarebbe più gradito alla nostra professione, in caccia di persone prima che di numeri, poco avvezza alla ricerca del grande pubblico (almeno non tutti i noi) perché spinta dall’interesse per il singolo, il suo disagio, la sua storia e la sua rivalsa.

Da un articolo del 2011 letto un po’ di tempo fa emerge un ulteriore spunto di riflessione. Il classico approccio al personal branding si basa sull’esposizione del professionista in quanto individuo, nella sua scomposizione e ricomposizione in un’immagine abbellita, controllata, ma che quando entra in Rete non è in effetti, più solo proprietà del professionista, ma a cui partecipano tutti coloro che hanno voglia di dire qualcosa ( e al momento sono tanti).

Ecco, ci saranno professionisti che vedono la loro immagine professionale come una parte importante, ma minore del proprio lavoro, o meglio la cui costruzione è solo in parte progettata a tavolino perché molto risiede ancora in quello che fanno.

BIBLIOGRAFIA

Ladders, samurai, and blue collars: Personal branding in Web 2.0 by Robert W. Gehl.
First Monday, Volume 16, Number 9 – 5 September 2011
http://firstmonday.org/ojs/index.php/fm/article/view/3579/3041