L’emergenza sanitaria da Covid è stata sfidante per tutti: genere, occupazione e situazione sentimentale… nessuno è stato risparmiato. Le donne hanno visto un incremento nel loro lavoro che ha spazzato via alcuni stereotipi:

  • Stare a casa è bello
  • Lavorare da casa è semplice
  • Con il partner a casa il lavoro si spartisce meglio.

Ad oggi la situazione post lockdown ci pone una nuova sfida perché ci richiede di essere pronti a riprogettare le giornate all’improvviso a seguito di una segnalazione che al contempo mette nuovamente in risalto le differenze organizzative (tra scuole, tra lavori, tra famiglie) facendo scattare una sorta di competizione al ribasso: io sto peggio di te.

Il sonno in quarantena

Dove scaricare tutte queste tensioni? È presto detto, tante donne hanno “scelto” il sonno. La quarantena ha visto un incremento dei disturbi del sonno in modo particolare l’insonnia. In un primo tempo queste difficoltà (perlopiù gestite con rimedi farmacologici: i sonniferi) sono state dovute a:

  • L’assenza di ritmi esterni cadenzati che ha dilatato determinati orari e le dinamiche lavorative che si sono protratte molto oltre le ore d’ufficio
  • L’assenza di tempo (soprattutto quando madri e quindi impegnate costantemente nella gestione dei propri e di altri impegni) ha portato tante donne a ricorrere alle ore serali e/o notturne per prendersi cura di se.

Una questione di organizzazione, dunque? A prima vista parrebbe di sì caratterizzata da una diminuzione delle ore di sonno con un contraccolpo sulla veglia in termini di concentrazione, attenzione, ecc.

Il sonno nel post-lockdown

Uscite dalla quarantena il problema parrebbe risolto, e invece il sonno anche in estate non è tornato alla normalità: per coloro che ne hanno fatto uso, la sospensione del farmaco non ha portato alla scomparsa delle difficoltà a prendere sonno e/o dei risvegli multipli.

Cosa accade adesso? Il centro del sonno del San Raffaele riporta (luglio 2020) un aumento dei disturbi del sonno dal 24% al 40% concomitante ad un aumento di sintomi depressivi e ansiosi. L’ansia, intesa come risposta ad una situazione incerta è sicuramente una reazione che si addice alla gestione imprevedibile del coronavirus e sono i pensieri ansiosi che, ad oggi e penso anche nell’autunno 2020, ostacoleranno il riposo delle donne. Il genere femminile è particolarmente soggetto all’insonnia e in un momento in cui il precario equilibrio tra casa e lavoro viene messo in discussione ripetutamente lo è ancora di più.

Il protocollo CBT-I

La soluzione? I farmaci sono importanti strumenti che però non riescono a fermare il vortice dei pensieri e delle paure che tengono svegli. Alcune seduti di colloqui psicologici in ottica cognitivo-comportamentale possono costituire una strada vincente per non lasciarsi sopraffare da se stesse e aiutarsi a recuperare le forze. Il protocollo CBT-I è una via breve (8 incontri) che permette, a fronte di una valutazione iniziale, di imparare strategie che in autonomia consentono di gestire l’addormentamento e gli ostacoli ad esso. La validità scientifica del protocollo non si limita al breve periodo, in quanto consente di acquisire uno strumento da riutilizzare in caso di nuova necessità.