Comunicare i dati

Una volta che abbiamo completato una ricerca si pone il “problema” di comunicare i risultati.banner-873105_640

La comunicazione è un processo che ha molteplici significati:

  • serve a trasmettere contenuti
  • serve a costruire un’immagine
  • serve a tessere relazioni.

A seconda di quale di queste possibilità prevalga facciamo una scelta, una scelta fondamentale perchè determinerà come andremo a scrivere e chi ne sarà destinatario.

La scienza e l’ambiente scientifico obbligano ad una comunicazione dei risultati “tra pari” che abbiano un medesimo background, che usino dei termini specialistici che parlino di tecniche, di valore dei risultati con una sfumatura che solo un addetto ai lavori conosce. Questo è giustissimo perchè serve a far conoscere il proprio lavoro, a farlo progredire grazie alla prospettiva altrui e a costruirci un’immagine di ricercatore serio e professionale.

In questo blog però io metto insieme due passioni: la ricerca e la comunicazione digitale. Il grande pubblico che ogni giorno conosce il mondo attraverso la comunicazione digitale è assolutamente escluso da questa conoscenza perchè la comunicazione scientifica è lontana anni luce dalle logiche digitali.

Potreste dire che non è rilevante, tanto chi si occupa di giardinaggio non deve per forza interessarsi del bosone di HIggs e viceversa chi non scrive in modo scientifico viene spesso bollato dai colleghi come uno scienziato di serie B. Trovo che ormai questo ragionamento sia totalmente sbagliato e che l’attitudine di lasciare la comunicazione scientifica (scritta da coloro che la scienza la fanno) in mano a blogger e persone non del campo stia diventando pericoloso.

Da un lato pensiamo a tutte quelle speculazioni/superstizioni in ambito medico che proliferano mettendo a rischio la salute pubblica e individuale causate dalla maggiore facilità (sia in termini di ricerca, sia in termini di comprensibilità) di reperimento di informazioni mediche sui blog…….meglio leggersi un post anonimo di un noioso bugiardino. Dall’altra parte si aggiunge il disastro causato dall’analfabetismo funzionale, cioè dalla scarsa attitudine a ragionare criticamente su quanto leggiamo.

Lungi da me suggerire si eliminare la comunicazione scientifica come la conosciamo oggi, ma credo che il ricercatore che ama il suo lavoro dovrebbe prendersi 5 minuti per comunicarlo in modo, breve, comprensibile ed efficace anche ad un pubblico che ormai non è più silente, ma attentamente in ascolto e pronto a dire la sua…anche distorcendo la verità.

Allora brevi post in cui descrivere la validità dei risultati in modo chiaro, senza banalizzarli (“una ricerca inglese dice che le donne amano lo shopping e gli uomini il calcio” comunicato radio tipo) o usare tutte le altre forme di comunicazione digitale non dovrebbe essere considerato un degrado, ma una delle attività della ricerca: video, storytelling, immagini sono tutti strumenti da scoprire.

Molti psicologi che esercitano la libera professioni mettono a scopo pubblicitario materiali di questo genere in rete, ma allora perchè non creare anche un sapere scientifico solido, ma ad ampio pubblico!!

Analfabetismo Funzionale: un’Infografica per Spiegarlo | Smartweek

L’analfabetismo funzionale è un fenomeno poco riconosciuto, nonostante in Italia sia più diffuso che altrove in Europa. Si tratta di un tipo di analfabetismo particolare, che non impedisce l’uso

Sorgente: Analfabetismo Funzionale: un’Infografica per Spiegarlo | Smartweek

In questo interessante articolo si cerca attraverso un’infografica di spiegare il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, grave problema di cui l’Italia sembra soffrire in modo particolare.

Già, perchè sconfiggere l’analfabetismo non significa avere persone che sappiano usare davvero il potere del “semplice” saper leggere & scrivere. L’analfabeta funzionale è colui che ottenute le informazioni non le usa, non le mastica, non le fa sue, non le confronta con il mondo e soprattutto non le osserva criticamente. La libertà di pensiero e di informazione che tanto ci piace, soprattutto grazie alle potenzialità delle Nuove Tecnologie, va decisamente ad indebolirsi. Se prima eravamo in balia dei pochi che sapevano leggere e scrivere e che detenevano le informazioni, oggi siamo in mano ad un surplus informativo che può essere così ben confezionato da farci credere qualunque cosa.

Per una psicologa è uno smacco vedere come tante capacità cognitive vengano perse e da ricercatrice mi spiace constatare come lo spirito critico sia così poco di moda. Di esempi di effetti negativi dell’analfabetismo funzionale me ne vengono in mente molti (e mi scuso con chi si sentirà offeso):

  • le false terapie miracolose che curano ogni male del mondo con “l’erba del vicino”,
  • le teorie complottiste di vario genere
  • i “guru – markettari” che fanno del tutto fumo e niente arrosto una filosofia di vita…..

Se la mia opinione non fosse sufficiente e non lo è, vi rimando ad una ricerca pubblicate su INDIRE che ci offre alcune cifre sul problema.

Come uscirne? beh è davvero una bella domanda e non credo che far sparire computer e Internet sia la soluzione. D’altronde chi è dotato di natura di spirito critico lo avrà sempre, chi è totalmente disinteressato difficilmente coglierà La sfida. Resta la maggioranza della popolazione a cui basterebbe un avvio per esercitare anche questa competenza.

Quindi fin da piccoli occorrerebbe un supporto allo sviluppo della matecognizione innazitutto, cioè quell’insieme di competenze e conoscenze circa noi stessi e il modo in cui pensiamo. se ci esercitiamo a non dare per scontato il nostro pensiero, non credete che ci penseremo due volte a come gli altri hanno raggiunto determinate conclusioni. Il pensiero scientifico e soprattutto il suo metodo possono essere un appiglio, una guida, un supporto non necessariamente rigido, per controllare “se il discorso file” e dove e come vengono supportate le conclusioni di un discorso.

W il pensiero, perchè è ciò che ci rende liberi!