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Educare all’empatia: ma come?

Un po’ di tempo fa su Internet ho letto la notizia di un programma scolastico in un paese del nord europa che si proponeva di insegnare ai bambini l’empatia a scuola con delle lezioni per due ore alla settimana. Sotto la notizia c’erano tanti commenti entusiastici che inneggiavano la superiorità della scuola del nord europa unita alla solita tiritera sull’arretratezza italiana.

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Da psicologa, però, mi sono fatta una domanda: “com’è possibile insegnare l’empatia?” e “ma siamo sicuri di sapere cosa sia l’empatia?”. Ecco partiamo da qui, cosa credete sial’empatia? Prima di continuare a leggere provate a darvi una risposta .

L’empatia non è una forma identitaria, non è una caratteristica di personalità, né tantomeno un singolo comportamento applicabile in modo stabile, bensì si tratta di un’attitudine. L’empatia è la capacità di mettersi nei panni altrui, di comprendere il punto di vista dell’altro: le sue emozioni, le sue ragioni, la sua visione del mondo, senza per questo farla propria.

Da questa definizione possiamo capire che:

  • Non si tratta di un’attitudine che possiamo vedere nei bambini molto piccoli che sono egocentrici per loro natura e non possono considerare più punti di vista contemporaneamente
  • Non ci sono dei modi prefissati per essere empatici, per certi versi è questione di sensibilità nonostante ci vogliano: capacità di ascolto dell’altro e accettazione delle reazioni altrui.

L’empatia, per quanto mi riguarda, è come l’educazione, va trasmessa! Non la insegni con delle schede e degli esercizi, ma la fai respirare al bambino quando cerchi di comprendere il suo punto di vista e gli chiarisci che, sebbene sia diverso dal tuo, è lecito! La tolleranza nei confronti del suo punto di vista e il desiderio di comprenderlo diventerà parte del suo modo di essere!

Facciamo un po’ di chiarezza! Quando si toglie il pannolino è lecito aspettarsi “qualche incidente”  o anche più di qualcuno J. I continui lavaggi e i cambi ripetuti nel corso della giornata possono mettere alla prova le forze di una madre che, arrivata a sera, si può arrabbiare. Una possibile reazione è quella di accusare il bambino di non volere applicarsi e provocarne vergogna e pianto. Trasmettere empatia, significa tornare sui propri passi e spiegare al bambino che sappiamo che per lui è difficile ed è una grande sfida, ma che è arrivato il momento e si deve impegnare e che la mamma non  arrabbiata con lui, ma è molto molto stanca.

L’obiettivo è di chiarire entrambi i punti di vista e presentarli come validi e degni di rispetto!

E così se torna sporco dal parco è perché lui ha voluto divertirsi, se fa cadere il bicchiere è perché le braccia sono ancora corte e il tavolo è lungo, se vi dice una piccola bugia è perché non desidera essere ripreso (ma ha già capito che c’era una regola da rispettare).

Quindi, vi sembrano ancora necessarie due ore di scuola alla settimana, in una società come la nostra, conosciuta per la ricchezza e l’apertura emotiva. Io no, io continuo ad avere fiducia nei genitori e nel loro impegno continuo a trasmettere nella quotidiana normalità, l’empatia!

 

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Tanti capricci: che fare?

I capricci sono un vero cruccio per i genitori, ma spesso che gli adulti sono coinvolti nell’inasprimento dell’irritabilità dei bambini.

Facciamo un passo indietro!! I bambini non sono piccoli adulti, dal funzionamento semplificato, ma sono bambini! Hanno un modo specifico di ragionare e di comportarsi e tante strategie comportamentali e non vanno affinate nel corso degli anni! I piccoli agiscono secondo il Principio del Piacere: se una cosa mi piaca, la voglio e la faccio, altrimenti non la faccio!

Semplice, no? Molto semplicistico, ma inadatto alla vita sociale: è questa la grande sfida, accompagnare i piccoli a sacrificare il piacere immediato per qualcos’altro!

Ma allora i genitori cosa c’entrano? Purtroppo i grandi prendono parte a questo percorso e in alcuni casi possono porre barriere a questa crescita in modo del tutto inconsapevole. I motivi sono svariati e sono del tutto comprensibili in una vita piena di impegni:

  • aspettative irrealistiche (può essere il primo bambino piccolo che avete sottomano e poche possibilità di confronto) sul fatto che non voglia comportarsi come si deve, mentre è ancora in crescita,
  • molti impegni: la casa, il lavoro, le altre relazioni impegnano il tempo e la pazienza,
  • la confusione, tra i bisogni propri e quelli del bambino (fa troppe richieste o ti sei data troppi compiti?)
  • gli sguardi altrui: quando sei in mezzo agli altri un capriccio viene vissuto come prova di incapacità genitoriale, anche si è tutti nella stessa barca.

Vi siete mai accorti di come a volte i bambini ci stupiscano? Capricci che preannunciano i peggiori 20 minuti della vita a volte si spengono in poco tempo e spesso perchè con calma(a volte anche senso di rinuncia) pensate: Vada come vada!

Ma allora che fare? Pensare di essere sempre serafici è un obiettivo che ci si può porre, ma non ci si può biasimare se a volte la stanchezza prende il sopravvento. Una possibilità è quella di avere un piccolo memento che ci ricordi che il capriccio è l’espressione di un percorso educativo ancora in itinere.

Ecco quindi, il mio piccolo aiuto: un’infografica che possa aiutarvi a guardare il capriccio dalla giusta prospettiva, proprio quando state per perdere le staffe e inasprire la situazione!

Coraggio e in bocca al lupo!

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combatti ansia e stress

Famiglia in crisi o è solo un momento di passaggio!

Una famiglia in crisi! Una brutta frase da sentire e leggere che si trova spesso nella cronaca. Eppure la crisi familiare a volte è solo un momento di passaggio causato da cambiamenti fisiologici! Allora perché li viviamo male? Beh una possibile risposta è perché generano stress, cioè vanno ad intaccare quell’equilibrio che la famiglia come “organismo” ha creato e che è fatto di ruoli taciti, regole condivise e aspettative.

Pensate solo all’adolescenza: uno dei membri della famiglia cessa di rispettare il suo ruolo di bambino e accampa pretese da adulto. Se non è una crisi questa che getta nello scompiglio genitori e anche gli stessi figli che non sanno più cosa aspettarsi gli uni dagli altri. Non possiamo certo pensare che si tratti di un evento negativo o da evitare. Di certo è un cambiamento difficile, ma che va affrontato!!

 

Una crisi familiare può essere letta come un momento di rottura di schemi prefissati, ma come uscire indenni dalla tempesta? Accettare un cambiamento e costituire un nuovo equilibrio non è un compito banale, ma piuttosto un insieme di passaggi:

  • Vivere giorno per giorno senza restare attaccati a ciò che è stato fino ad ora
  • Cogliere le buone novità per non “tenere duro” troppo a lungo generando un logoramento affettivo
  • Mettere in gioco nuove risorse.

Eh già perché la crisi si supera quando la famiglia prende atto di essa e della necessità di comportarsi diversamente.  Concretamente questo significa:

  1. Dare un nome alla difficoltà e non cercare un colpevole: non è l’adolescente che è fuori di testa, ma c’è una difficoltà a comprendersi
  2. Avvalorare le risorse interne: dare nuove responsabilità affini e assecondare (per quanto possibile) le prove che l’adolescente sta facendo su se stesso evitando il “muro contro muro”
  3. Attivare risorse ambientali esterne: cercare una figura adulta di fiducia con cui il ragazzo possa parlare senza entrare nei normali conflitti con i genitori.

 

Quindi attivatevi che dalla tempesta possono nascere risvolti inaspettati!