Le critiche alla scienza

Spesso gli pseudoscienziati si ergono a vittime incomprese a causa delle critiche che ricevono i loro studi. La critica non è un attacco personale,bensì una parte essenziale del processo di ricerca attraverso cui:

-la comunità scientifica controlla la veridicità de risultati e dei metodi

-la comunità scientifica controlla a replicabilità dei risultati

-gli scienziati apportano un contributo a idee lontane estendendo il significato di un esperimento o di una teoria.

Quanto è frequente ricevere delle critiche? In sede di pubblicazione di un articolo sono all’ordine del giorno, non credo che nessuno abbia pubblicato al primo compiacenza revisioni, ma anche dopo la pubblicazione i commenti piovono. Per avere un’idea dei numeri vi lascio un link di un articolo de LeScienze che riporta i risultati di una ricerca http://www.lescienze.it/news/2015/10/28/news/analisi_citazioni_negative_articoli_scientifici-2820589/

Un articolo su tre viene criticato e il numero diminuisce con il tempo, quindi studi giovani sono sotto il mirino dei controllori della scienza. Il tutto viene fatto senza cattiveria,non per denigrare, ma spiegando dove un collega potrebbe essere incappato in un errore. Pur restando male un vero ricercatore, si aspetta, accetta e soprattutto risponde ai contenuti del critiche mosse senza sentirsi perseguitati, ma cogliendo l’opportunità di un miglioramento.

Analfabetismo Funzionale: un’Infografica per Spiegarlo | Smartweek

L’analfabetismo funzionale è un fenomeno poco riconosciuto, nonostante in Italia sia più diffuso che altrove in Europa. Si tratta di un tipo di analfabetismo particolare, che non impedisce l’uso

Sorgente: Analfabetismo Funzionale: un’Infografica per Spiegarlo | Smartweek

In questo interessante articolo si cerca attraverso un’infografica di spiegare il fenomeno dell’analfabetismo funzionale, grave problema di cui l’Italia sembra soffrire in modo particolare.

Già, perchè sconfiggere l’analfabetismo non significa avere persone che sappiano usare davvero il potere del “semplice” saper leggere & scrivere. L’analfabeta funzionale è colui che ottenute le informazioni non le usa, non le mastica, non le fa sue, non le confronta con il mondo e soprattutto non le osserva criticamente. La libertà di pensiero e di informazione che tanto ci piace, soprattutto grazie alle potenzialità delle Nuove Tecnologie, va decisamente ad indebolirsi. Se prima eravamo in balia dei pochi che sapevano leggere e scrivere e che detenevano le informazioni, oggi siamo in mano ad un surplus informativo che può essere così ben confezionato da farci credere qualunque cosa.

Per una psicologa è uno smacco vedere come tante capacità cognitive vengano perse e da ricercatrice mi spiace constatare come lo spirito critico sia così poco di moda. Di esempi di effetti negativi dell’analfabetismo funzionale me ne vengono in mente molti (e mi scuso con chi si sentirà offeso):

  • le false terapie miracolose che curano ogni male del mondo con “l’erba del vicino”,
  • le teorie complottiste di vario genere
  • i “guru – markettari” che fanno del tutto fumo e niente arrosto una filosofia di vita…..

Se la mia opinione non fosse sufficiente e non lo è, vi rimando ad una ricerca pubblicate su INDIRE che ci offre alcune cifre sul problema.

Come uscirne? beh è davvero una bella domanda e non credo che far sparire computer e Internet sia la soluzione. D’altronde chi è dotato di natura di spirito critico lo avrà sempre, chi è totalmente disinteressato difficilmente coglierà La sfida. Resta la maggioranza della popolazione a cui basterebbe un avvio per esercitare anche questa competenza.

Quindi fin da piccoli occorrerebbe un supporto allo sviluppo della matecognizione innazitutto, cioè quell’insieme di competenze e conoscenze circa noi stessi e il modo in cui pensiamo. se ci esercitiamo a non dare per scontato il nostro pensiero, non credete che ci penseremo due volte a come gli altri hanno raggiunto determinate conclusioni. Il pensiero scientifico e soprattutto il suo metodo possono essere un appiglio, una guida, un supporto non necessariamente rigido, per controllare “se il discorso file” e dove e come vengono supportate le conclusioni di un discorso.

W il pensiero, perchè è ciò che ci rende liberi!

Autismo e vaccino trivalente: il valore di una ricerca giapponese

autismo trivalente giappone

Il rapporto tra autismo e vaccino è un argomento che cattura l’attenzione di molti genitori, spesso impauriti che qualcuno faccia soldi o azzardi sulla salute dei loro figli. Il vaccino trivalente (morbillo, rosolia e parotite) in modo particolare è stato oggetto di molti attacchi e falsi allarmismi a causa di una frode che ancora in pochi sanno essere stata svelata.

Un aiuto in tal senso ci viene da una ricerca giapponese che ho letto grazie alla segnalazione di Medbunker e che potete leggere qui. Perchè mi è sembrata tanto interessante questa ricerca? Perchè ha molteplici punti di forza:

  •          prima di tutto offre un nuovo supporto alla lotta contro la falsa informazione a carico dei vaccini e che può tranquillizzare i genitori angustiati
  •          ha un’impostazione basata sulla falsificazione e non sulla verifica (in linea con i principi del pensiero scientifico)
  •          considera un’intera popolazione (distretto di Kohoku) e non un campione
  •          nell’articolo vengono descritti molteplici metodi di controllo dei risultati che ne fanno un ottimo esempio di ricerca e di comunicazione scientifica.

Dunque, vediamo gli aspetti di metodo di questo studio che mi è piaciuto molto (lungi da me credere di poter influenzare chi è convinto della teoria della cospirazione). L’idea che il vaccino trivalente avesse un ruolo nel causare autismo nacque dall’aumento dell’incidenza di casi (In GB e USA) con l’introduzione del vaccino. I primi sospetti sul rapporto causa – effetto ci furono quando i casi di autismo aumentarono senza che ci fosse un aumento nella vaccinazione, inoltre il pensiero scientifico e logico necessita di condizioni che falsifichino la relazione piuttosto che la verifichino. Questo significa sospendere il vaccino. Questo è quello che è accaduto in Giappone dove il trivalente è stato sospeso, creando le condizioni ideali per testare l’ipotesi circa la relazione causa- effetto. Il sistema sanitario ha messo a disposizione le cartelle cliniche dei bambini dai 18 mesi ai 7 anni. Ciò ha garantito:

  1.        monitoraggio continuo e costante sulla popolazione e non sul campione
  2.        informazioni anche su molti dei bambini che si sono trasferiti
  3.        possibilità di testare l’ipotesi non solo sull’autismo, ma su diversi disturbi legati allo sviluppo.

Come dicono gli stessi autori la cessazione del programma di vaccino offre delle condizioni ideali. L’inserimento del trivalente in una popolazione “vergine” confermerebbe l’ipotesi, ma non garantisce la veridicità della relazione perchè resterebbe la domanda: “cosa succede in un’altra popolazione”. Mentre se in una popolazione al cessare del vaccino aumentano i casi di autismo, la possibilità che l’aumento registrato in GB e USA sia casuale, perchè nella popolazione studiata già sussiste l’ipotetico legame.

I risultati dello studio indicano chiaramente che i casi di autismo, non solo non diminuiscono, bensì aumentano.

Al termine dell’articolo i ricercatori offrono al lettore una serie di possibili obiezioni ai loro risultati che ne fanno un bell’esempio di articolo scientifico. Ad esempio, viene citato il fatto che non tutti i bambini trasferiti sono stati monitorati, ma si tratta di un numero esiguo. Altri sostengono che il numero di casi di autismo causati dal vaccino è troppo esiguo e ciò limiterebbe la validità dello studio, ma allora allo stesso modo limiterebbe il valore di chi avvalora la tesi opposta. Inoltre secondo alcuni studiosi il trivalente ha effetto solo su uno specifico tipo di autismo, ma secondo i ricercatori ciò non è un limite al valore dello studio.

Fonte:

Honda, H., Shimizu, Y. and Rutter, M. (2005), No effect of MMR withdrawal on the incidence of autism: a total population study. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 46: 572–579. doi:10.1111/j.1469-7610.2005.01425.x