psicologia e lavoro

Quando ti devi autpromuovere anche un PhD vale

Quando ci autopromuoviamo spesso cerchiamo di comunicare quegli aspetti che crediamo più appetibile di noi stessi. Questa strada, apparentante strategica, può essere fuorviante nel momento in cui fa trasparire un’immagine falsa.

Allora? Allora meglio cercare di far trasparire da chi siamo e dalle nostre scelte delle competenze spendibili in altri campi. Quando scelsi la strada del dottorato non avevo ancora pensato alla strada da formatrice libera professionista, e meno male! Altrimenti in tanti avrebbero cercato di dissuadermi, perché si sa che fuori dall’ambito accademico il PhD non si sa neanche cosa sia o, peggio, sono solo altri tre anni buttati a non fare niente. Tralasciando il “non far niente” per un momento, il dottorato mi ha dato tanto e dice tanto di me anche alle aziende e ai clienti che vogliono ascoltare:

  • Dice che non mollo di fronte alla prospettiva di fare tre studi in tre anni con tanto di stesura della tesi.
  • Dice che sono in grado di fare una progettazione strategica che metta insieme obiettivi di base da raggiungere, possibili miglioramenti, piani B e rispetto delle tempistiche.
  • Parla di un amore per un metodo, quello scientifico, che è fatto di continue misurazione dei progressi e riprogettazione quando i risultati non confermano le ipotesi iniziali.
  • Dice che sono un po’ secchiona, perché è vero che amo vedere come il sapere continuamente evolve pur basandomi su ciò che è, al momento, è confermato.
  • Dice che sono in grado di adattare e ragionare per competenze e non per azioni se ho fatto di un dottorato un arma vincente nella formazione.

Non vi sembra, quindi, che quando ci si racconta, persino un dottorato vale?

psicologia e lavoro

Esiste una nuova via per il Personal Branding: una riflessione che nasce dagli Psicologi

L’approccio della lead generation e del Personal branding spesso si associa ad una visione quantitativa: raccogli tante più persone o meglio contatti e poi fanne il bersaglio della tua comunicazione: in un grande mucchio troverai dei follower. Questo non significa condividere contenuti di scarsa qualità, ma di ampliare il più possibile il proprio cerchio d’azione per raccogliere più persone possibili. È possibile un’altra via, un altro modo di fare personal branding? In nome anche dell’unicità che dovrebbe contraddistinguere questo approccio?

ascoltareilcliente

E allora mi chiedo: è possibile un nuova via del personal branding: un personal branding che non faccia dei 1000 fan il suo punto centrale, che non mi obblighi ad essere personaggio prima che persona e che (soprattutto in quanto psicologa) metta al centro il mio cliente e suoi bisogni? Questa è la sfida: un brand personale che poggia non sulla mia personalità, bensì sulle mie competenze e sui bisogni del cliente. Ciò non significa abbandonare del tutto la logica quantitativa, perché un bacino d’utenza ci serve, ma non lasciarsi andare ad una spettacolarizzazione del professionista riportandolo al suo ruolo: l’ascolto dell’altro!

Questo articolo nasce da una personale riflessione iniziata dopo aver partecipato ad un incontro organizzato dall’ENPAP (l’ente previdenziale per gli psicologi) Incentrato sul Personal branding. Ho partecipato con entusiasmo per due motivi:

  • Da tempo ritengo che la nostra formazione deve essere rinforzata sul piano dell’autoimprenditorialità,
  • La curiosità di ascoltare un nome autorevole del campo.

Bello! Bella giornata, tanti contenuti, ma anche, soprattutto nei momenti in cui si andava a toccare tecniche di lead generation ho visto, sentito e percepito tanta insoddisfazione in una raccolta a tappeto di nominativi con la speranza che una piccola percentuale di essi si tramutasse in clientela pagante.

Cosa non è piaciuto alla nostra platea di psicologi: l’approccio a tappeto? Il fatto di considerare le persone prima dei numeri e poi individui (cosa che si scontra con la nostra forma mentis) o anche l’investimento temporale in un’attività su numeri per noi grandi.

Un approccio qualitativo al personal branding credo che sarebbe più gradito alla nostra professione, in caccia di persone prima che di numeri, poco avvezza alla ricerca del grande pubblico (almeno non tutti i noi) perché spinta dall’interesse per il singolo, il suo disagio, la sua storia e la sua rivalsa.

Da un articolo del 2011 letto un po’ di tempo fa emerge un ulteriore spunto di riflessione. Il classico approccio al personal branding si basa sull’esposizione del professionista in quanto individuo, nella sua scomposizione e ricomposizione in un’immagine abbellita, controllata, ma che quando entra in Rete non è in effetti, più solo proprietà del professionista, ma a cui partecipano tutti coloro che hanno voglia di dire qualcosa ( e al momento sono tanti).

Ecco, ci saranno professionisti che vedono la loro immagine professionale come una parte importante, ma minore del proprio lavoro, o meglio la cui costruzione è solo in parte progettata a tavolino perché molto risiede ancora in quello che fanno.

BIBLIOGRAFIA

Ladders, samurai, and blue collars: Personal branding in Web 2.0 by Robert W. Gehl.
First Monday, Volume 16, Number 9 – 5 September 2011
http://firstmonday.org/ojs/index.php/fm/article/view/3579/3041

Mondo digitale

I commercianti e il web: nuova spinta al motore del commercio!

Qual è il rapporto che lega i commercianti e il web? Beh non credo di poter dare una risposta definitiva a questa domanda, ma un’idea me la sono fatta grazie alla partecipazione a due eventi pubblici promossi da Ascom Busto Arsizio e dal gruppo Giovani Imprenditori di Varese (Il negozio del futuro – ConfCommercio).

Da questi incontri e dagli interventi di coloro che vi hanno partecipato emergono delle criticità alla base di questo rapporto poco confortevole per molti commercianti. Vediamo alcune di queste sfide :

  • Il rapporto assolutamente impari con i grandi colossi dell’e-commerce che per molti aspetti sembrano (non sempre lo sono) economicamente più convenienti,
  • Un ‘evoluzione del mercato del lavoro che li sta travolgendo, per cui volenti o nolenti si devono adeguare (ovviamente la costrizione non piace a nessuno)
  • Un’immagine distorta della Comunicazione Mediata dal Computer.

Quest’ultimo punto può essere a sua volta esploso in diverse considerazioni:

  1. Spesso si avverte una certa confusione nel concetto stesso di visibilità online: non si tratta di un “aut aut”, bensì di un percorso fatto di sfumature e in crescita. Tanto per dire: è inutile pensare a creare video per un canale Youtube se le informazioni sull’apertura del tuo esercizio su Google sono errate.
  2. Anche in merito alle piattaforme dilaga un rapporto odio-amore. Sono necessarie, ma sono per i giovani, meglio delegarle ai nativi digitali. Permettemi: NO NO NO! Si può non amare Facebook, lo si può considerare un luogo ricco di pure amenità, ma i dati ci dicono che è una realtà di Marketing da non sottovalutare. Il nativo digitale sarà bravo a digitare, ma è il contenuto che definisce il brand e quello va studiato con una certa cura.
  3. La visibilità genera paura, paura che i competitor possano rubare idee, progetti, ecc. Ecco perché non è saggio puntare sul fatto di essere i migliori (come dimostrarlo, poi?), ma sulla propria unicità che deriva dal mondo di essere e di fare del commerciante: quella è difficile da rubare, e poi le idee si sono rubate dalla notte dei tempi.

Un’ultimissima considerazione: il commerciante online non è quello che usa l’e-commerce, ma colui che ha compreso che le Nuove Tecnologie, soprattutto mobili, sono un mezzo potentissimo attraverso il quale il cliente cerca i servizi, anche quelli offline, anche quelli dietro l’angolo.

 

 Perché restarne fuori?

 

Ed è qui che Psicologia ad Alto Potenziale entra, ed è per questo che è stata invitata da chi i commercianti li conosce! Perché quello che proponiamo è un percorso di accompagnamento alla costruzione, definizione e implementazione della propria Immagine online che parte dal presupposto che ciascun commerciante a un suo bisogno che va ascoltato e soddisfatto.

Come classificare i bisogni digitali? Facciamo aiutare dall’interpretazione digitale  della nota Piramide di Maslow (piramide che identifica i bisogni dell’uomo in modo gerarchico): la Piramide di Ajit Jaokar

 

bisogni web

 

Quali possono essere i bisogni legati alla presenza sul web:

  1. Alla base c’è il bisogno di connessione, cioè se non sono presente non esisto in Rete. Devo fare il mio accesso, devo mettere le prime informazioni chiare o verificare che quanto già online sia corretto
  2. Ho bisogno di orientarmi, cioè non basta essere presente, ma devo posizionarmi in modo corretto affinchè sia più facile trovarmi per chi mi cerca.
  3. Successivamente posso cominciare ad interagire, da attore sociale, questo significa coltivare una relazione online con il cliente o con il mio pubblico:  ma come lo dico??
  4. Quando le parole non bastano il bisogno sfocia negli strumenti multimediali: video, dirette, ecc.
  5. In ultimo, l’autocelebrazione intesa come rientro del mio investimento: il mio pubblico mi celebra per le mie doti, anche perché tutti i mie sforzi in modo coordinato hanno creato la giusta immagine di me.

Ti ho incuriosito? Vuoi saperne di più su come strutturare un percorso? Clicca qui per conoscere le tappe di lavoro!