Esperimento cieco e doppio cieco

Scrivendo per un portale online sul benessere circa l’effetto placebo e nocebo mi è venuto in mente di approfondire qui un aspetto/tecnica metodologica utilizzata in ambito medico per testare l’efficacia dei farmaci: l’esperimento cieco e doppio cieco.

Piccola premessa: un placebo è una sostanza che non ha alcun effetto a livello fisico,ma viene presentata come tale. L’effetto placebo è l’insieme degli effetti fisici che il soggetto avverte pur non essendo scatenati da alcuna reazione “reale”. Ovviamente per comprendere se un farmaco abbia dei reali benefici o effetti e per quantificarne la portata occorre eliminare queste conseguenze della nostra suggestione (detto solo per semplificare, ma il placebo non si riduce a questo). Per questo si usano i disegni sperimentali chiamati “cieco” e “doppio cieco“.

I protagonisti sono:

  • lo sperimentatore, colui che ha ideato e che raccoglie i dati, li analizza e li interpreta,
  • il compare, cioè l’aiutante dello sperimentatore,
  • il gruppo sperimentale, cioè coloro che in modo casuale ricevono il farmaco,
  • il gruppo di controllo, coloro che pur credendo di ricevere il farmaco ricevono il placebo.

Nel disegno cieco, lo sperimentatore e il compare sono la stessa figura. Chi crea l’esperimento, incontra le persone, raccoglie i dati e soprattutto conosce chi tra i partecipanti appartiene al gruppo sperimentale e chi di controllo.

Disegno cieco

Quali sono le conseguenze di questo disegno? I punti deboli stanno nei segnali sociali minimi (i cenni, la velocità con cui si porge la terapia, l’entusiasmo nella voce) che seppure controllati possono emergere (perchè la natura ci ha resi sensibili ad essi) e quindi far comprendere al soggetto a quale gruppo appartiene. Addio alla scomparsa della suggestione!

Disegno doppio cieco
Disegno doppio cieco

Per questo il metodo più valido è il disegno doppio cieco. In questo caso è il compare che si presenta ai partecipanti somministrando loro una sostanza senza sapere di cosa si tratti. Quindi lo sperimentatore è in grado di raccogliere dei dati puliti dalle aspettative di entrambi i versanti della ricerca. Il doppio cieco resta il metodo migliore attraverso il quale comprendere se una sostanza abbia reali effetti oppure sia tutto frutto dei potenti mezzi della mente.

 

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Comunicare i dati

Una volta che abbiamo completato una ricerca si pone il “problema” di comunicare i risultati.banner-873105_640

La comunicazione è un processo che ha molteplici significati:

  • serve a trasmettere contenuti
  • serve a costruire un’immagine
  • serve a tessere relazioni.

A seconda di quale di queste possibilità prevalga facciamo una scelta, una scelta fondamentale perchè determinerà come andremo a scrivere e chi ne sarà destinatario.

La scienza e l’ambiente scientifico obbligano ad una comunicazione dei risultati “tra pari” che abbiano un medesimo background, che usino dei termini specialistici che parlino di tecniche, di valore dei risultati con una sfumatura che solo un addetto ai lavori conosce. Questo è giustissimo perchè serve a far conoscere il proprio lavoro, a farlo progredire grazie alla prospettiva altrui e a costruirci un’immagine di ricercatore serio e professionale.

In questo blog però io metto insieme due passioni: la ricerca e la comunicazione digitale. Il grande pubblico che ogni giorno conosce il mondo attraverso la comunicazione digitale è assolutamente escluso da questa conoscenza perchè la comunicazione scientifica è lontana anni luce dalle logiche digitali.

Potreste dire che non è rilevante, tanto chi si occupa di giardinaggio non deve per forza interessarsi del bosone di HIggs e viceversa chi non scrive in modo scientifico viene spesso bollato dai colleghi come uno scienziato di serie B. Trovo che ormai questo ragionamento sia totalmente sbagliato e che l’attitudine di lasciare la comunicazione scientifica (scritta da coloro che la scienza la fanno) in mano a blogger e persone non del campo stia diventando pericoloso.

Da un lato pensiamo a tutte quelle speculazioni/superstizioni in ambito medico che proliferano mettendo a rischio la salute pubblica e individuale causate dalla maggiore facilità (sia in termini di ricerca, sia in termini di comprensibilità) di reperimento di informazioni mediche sui blog…….meglio leggersi un post anonimo di un noioso bugiardino. Dall’altra parte si aggiunge il disastro causato dall’analfabetismo funzionale, cioè dalla scarsa attitudine a ragionare criticamente su quanto leggiamo.

Lungi da me suggerire si eliminare la comunicazione scientifica come la conosciamo oggi, ma credo che il ricercatore che ama il suo lavoro dovrebbe prendersi 5 minuti per comunicarlo in modo, breve, comprensibile ed efficace anche ad un pubblico che ormai non è più silente, ma attentamente in ascolto e pronto a dire la sua…anche distorcendo la verità.

Allora brevi post in cui descrivere la validità dei risultati in modo chiaro, senza banalizzarli (“una ricerca inglese dice che le donne amano lo shopping e gli uomini il calcio” comunicato radio tipo) o usare tutte le altre forme di comunicazione digitale non dovrebbe essere considerato un degrado, ma una delle attività della ricerca: video, storytelling, immagini sono tutti strumenti da scoprire.

Molti psicologi che esercitano la libera professioni mettono a scopo pubblicitario materiali di questo genere in rete, ma allora perchè non creare anche un sapere scientifico solido, ma ad ampio pubblico!!

Perché il metodo Stamina non è scientifico – Wired.it

Perché il metodo Stamina non è scientifico – Wired.it.

domande di ricerca per valutare un progetto

 

 

Questo breve articolo sul metodo stamina è un ottimo punto di partenza per una riflessione sul metodo scientifico che incontra delle difficoltà anche quando non ci si trova in un campo (a detta di molti) incerto come quello delle scienze umane e sociali.

Si parla del Metodo Stamina, cioè l’uso delle staminali in ambito medico, quindi un ambito in cui le certezze dovrebbero essere sostenute da un forte rigore metodologico. Eppure in questo articolo è interessante notare come non ci siano dati, ma la valutazione del metodo sia contornata da una serie di elementi sociali e comunicativi che fanno emergere il lato più umano e sociale della scienza che non va sottovalutato, dalla fase di scelta di un argomento di indagine sino alla comunicazione dei risultati.

In questi giorni infatti, è stato reso noto il parere del Comitato Scientifico sulla validità scientifica del metodo. Aldilà della pubblicità che viene fatta alla terapia e a quanto tempo occupino le notizie relative nei media, prima di essere utilizzato e ritenuto scientifico, un protocollo o metodo di cura deve essere approvato dai pari. Cosa che non è avvenuta in questo caso, come per il famoso metodo Di Bella.

Quali sono gli spunti di riflessione che vi propongo:

1- la scienza è davvero una comunità, se ne sei fuori, puoi continuare ad usare terapie e strumenti, ma non puoi dirti scientifico. A voi lascio decidere quanto sia importante essere riconosciuti o meno, ma quando parlate di qualcosa di scientifico assicuratevi che sia così. Personalmente mi rassicura che un comitato controlli la conformità a certe regole di controllo che non hanno terapie anche molto utilizzate come la “dieta dei gruppi sanguigni”.

2- Una delle conseguenze di questa natura sociale è che lo sbarramento viene giustificato immediatamente non come una critica costruttiva al proprio lavoro da parte dei sostenitori del metodo, ma come un attacco personale dettato da invidie e incomprensioni. Beh, chissà, gli esseri umani sono sempre esseri umani.

3- la terza considerazione che mi fa invece riflettere molto è l’assoluta mancanza di dati e soprattutto di procedure che non sono state rese note attraverso pubblicazioni. La pubblicazione di articoli scientifici ci permette non solo di condividere o (malignamente) di controllare i colleghi, ma anche di riprodurre le tecniche aumentandone l’efficacia mettendo in gioco più situazioni e più ricercatori. Questo a mio avviso, è un aspetto fondamentale della natura sociale della scienza che magari aumenta le invidie, le incomprensioni, il giusto riconoscimento di chi ha fatto la scoperta, ma assicura maggiore validità

Autismo e vaccino: una ricerca scottante

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Da una conversazione tra mamme nasce la curiosità e la preoccupazione di come vengono usati certi risultati di ricerca. Una sentenza che si basa su una ricerca smentita ha più presa si una serie di esperti che forse parlano con un linguaggio poco comprensibile. Il caso scotta: vaccini e autismo!

 

 

Da mamma, recentemente, sono stata coinvolta in una discussione accesa che turba moltissimo gli animi dei genitori: il vaccino. La conversazione tra mamme nella rete è stata scatenata da una sentenza del tribunale di Rimini, il quale prendendo spunto da una ricerca del 1998 sanciva una relazione causale tra autismo e vaccinazione contro il morbillo o cosìdetta esavalente! Dunque perchè è interessante questa notizia dal punto di vista della ricerca??

Sicuramente si tratta di una questione di comunicazione corretta dei risultati di una ricerca e anche, di una spettacolarizzazione dei risultati. Purtroppo chi fa ricerca può interessarsi solo di ciò che si pubblica in un Journal scientifico, ma a volte i risultati sono così pregnanti che arrivano senza filtri nel mondo reale che non conosce limiti e applicabilità dei risultati, nè tantomeno il reale significato di termini e scelte della ricerca, quali: significatività statistica, campionatura, ecc.

Cominciamo con il sottolineare che putroppo non esistono, ad oggi, certezze sulle cause sull’autismo, ma solo sospetti e tendenze che si esprimono in termini statistici con delle correlazioni che non hanno NESSUN VALORE CAUSALE. Il caso dei vaccini è stato portato agli occhi della cronaca facendo leva su numeri assoluti. In Gran Bretagna (la ricerca è stata svolta lì su campione inglese e mezzi inglesi) sono state rilevate 6000 segnalazioni di autismo dopo le vaccinazioni contro il morbillo (la nostra esavalente per intenderci). Ora, cause a parte, lo so che 6000 è un grande numero, ma di che cifre di riferimento stiamo parlando?? Considerato che il 95% dei bambini si vaccini, questi 6000 sono pari all’1% o al 90%. Non voglio dire che anche un caso solo non sia rilevante, ma se vogliamo palare di un nesso di causa-effetto che porti all’eliminazione di una pratica che ha avuto nella storia effetti positivi, forse dobbiamo essere più cauti.

Un’ultima considerazione: la famosa ricerca su cui si basa la sentenza (e che successivamente è stata anche portata in una puntata di una trasmissione di successo) non si trova nel Journal su cui era stata pubblicata. Come mai?? Perchè la ricerca è stata screditata e “spubblicata”, l’autore è stato radiato dall’albo e pare che una inchiesta abbia accertato che avesse interessi commerciali di natura contraria alla vaccinazione.

Bene, ad ognuno la facoltà di credere che siamo al centro di una cospirazione che mira agli interessi delle vaccinazioni, io consiglierei di essere scettici sia verso chi demonizza, sia verso chi esalta! Ricordiamoci che tanti bambini si ammalano di autismo, ma tanti altri muoiono di morbillo e forse ci fa meno paura solo perchè i genitori di oggi non sono stati vaccinati da piccoli. Prima di esporsi sarebbe il caso di controllare le fonti delle ricerche, e passi per un padre afflitto a cui va solo il mio abbraccio, ma un tribunale potrebbe fare un esame più accurato. Vi lascio la segnalazione di un bell’articolo che spero rincuori di tutti i genitori come me che hanno scelto di vaccinare.

 

I criteri di qualità nella ricerca qualitativa

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Come migliorare la qualità di una ricerca qualitativa? Purtroppo ancora non esiste pieno accordo tra i ricercatori, ma ecco alcuni suggerimenti che sicuramente non fanno male!

La ricerca qualitativa è sempre stata oggetto di un pregiudizio: scarsa scientificità e poca qualità dei dati. Sicuramente nel campo delle scienze umane, la ricerca qualitativa, offre delle possibilità che nelle scienze naturali non esistono come l’analisi in profondità di un caso singolo. L’assenza di una forte base matematica e di una finalità improntata alla massima generalizzazione dei risultati ha reso anche più complesso l’individuazione di criteri di qualità precisi che facciano da sostegno ai dati.

Nonostante l’enorme apporto che questo tipo di ricerca offre (e che personalmente adoro) c’è da dire che effettivamente c’è poco accordo su quali siano gli standard da rispettare. Proviamo a vedere alcune indicazioni offerte dagli esperti.

  • Principio della confutazione: per migliorare la qualità dei nostri risultati ci si può impegnare nella ricerca attiva di casi che possono non confermare l’ipotesi (Kirk e Miller, 1986);
  • Comparazione continua: formulazione e verifica di piccole domande di ricerca provvisorie che segnano la ricerca in un percorso induttivo (Silverman, 2002);
  • Trattamento globale dei dati: la generalizzazione dei risultati non deve essere applicata alla popolazione, ma al corpus dati, quindi mai essere soddisfatti finché la teoria e/o la spiegazione non si applica a ogni singola parte dei dati raccolti;
  • Analisi dei casi devianti:  se non è possibile generalizzare si possono cercare casi devianti che funzionino con  un piccolo insieme di regole ricorrenti (Mehan, 1979);
  • Uso di quantificazioni: la quantificazione di per sé stessa non è “pro” né “contro” la ricerca qualitativa: dipende dall’uso che se ne fa (Silverman, 2002);
  • Contingenza: una ricerca ha qualità se viene valutata come applicabile e coerente rispetto al contesto specifico in cui si svolge (Mantovani & Spagnolli, 2003).